Viviamo in un momento di grave crisi economica che sta preoccupando il mondo intero. Ha dimensioni globali ed è arrivata a toccare i beni di prima necessità. Non si tratta più di rinunciare a comprare il vestito firmato, il gioiello esclusivo, l’automobile potente: bisogna fare i conti con l’acquisto di pane e di latte. Forse non ci intendiamo tanto di Borse, ma è chiaro che nella borsa della spesa entra molto meno e quello che prima facevamo con leggerezza, ora va soppesato. Le circostanze ci obbligano a focalizzare l’essenziale, a non reagire meccanicamente di fronte ad un acquisto dettato dalle mode.
Gli economisti cercano le cause nell’economia, gli ambientalisti accusano i governi di dedicare molto tempo alla cura dei mercati senza tenere conto della vera crisi che, affermano, è ecologica, laddove la domanda di risorse del nostro pianeta supera di un terzo la sua capacità di risposta.
Ma nel contesto di un editoriale di un periodico di una associazione di volontariato, animata dalla filosofia attiva, non entra l’analisi finanziaria o quella della scarsità di materie prime, ma sì quella dell’essere umano, artefice sia della recessione economica che ecologica.
Se vogliamo trasmutare questo momento di difficoltà in qualcosa di positivo, dobbiamo riflettere sulle cause che lo hanno determinato.
A tutti è chiaro che aumenta il costo del pane perché cresce il prezzo del grano, a sua volta determinato dal petrolio; già è meno chiaro perché, diminuendo quest’ultimo, non c’è un eguale ribasso del prodotto finito. Fiumi di parole per spiegare un perché, ma il campo di indagine rimane freddo, le spiegazioni ingiuste per la logica della gente comune.I pensatori classici possono darci una mano.
Se prendiamo ad esempio Platone, cardine della filosofia greca e punto di riferimento universale, egli pone al centro dello Stato l’individuo: dalla sua natura dipenderà la società ed i suoi governanti. Sono i suoi valori etici che determineranno la salute o no dello Stato, compresa l’economia.
Se vogliamo dare uno sguardo ad un grande filosofo classico del mondo orientale può venirci incontro Confucio con l’ideale di uomo valoroso, sotto la cui guida lo Stato prospera. Con la sua proposta di ordine sociale razionalizzato attraverso l’Etica e basato sulla cultura personale ha influenzato la Cina per circa duemilacinquecento anni. Chiara è la priorità che emerge da uno dei suoi più famosi insegnamenti: “Prima di servire gli dei, preoccupati di servire gli uomini che ti circondano, di farli nobili, valorosi, con il senso dell’onore, giusti e virtuosi; e una volta realizzato questo, dedicati agli dei”.
Di esempi potremmo farne tanti, perché i grandi della filosofia di tutti i tempi ci hanno lasciato una ricchissima eredità, che ignoriamo nella vita quotidiana, pensando che sia da riservare alle cattedre degli specialisti.
La priorità che emerge è quella dell’essere umano. E così, come per curare una malattia fisica, oltre che lenirne gli effetti, si deve agire sulla causa che l’ha provocata, ugualmente per uscire da una economia malata, aldilà che i governi adottino tutti i provvedimenti per causare meno sofferenza alle persone, bisogna che l’individuo agisca su stesso.
La filosofia deve tornare per strada, tra la gente; è lei uno strumento efficace, che aprendo la mente e riscaldando il cuore, promuove un’azione cosciente e permette il rinnovamento di noi stessi e del mondo che ci circonda.
Questa è la filosofia che promuove Nuova Acropoli e che anima la sua azione in quasi sessanta Paesi nel mondo e di cui puoi beneficiare anche tu.
domenica 1 febbraio 2009
A che cosa serve la filosofia?
Dopo molti anni di tentativi per cercare di convincerci del fatto che la Filosofia non serva a nulla di pratico, né abbia nulla a che vedere con la vita reale, costa molto recuperare l’idea della sua utilità.Torniamo, allora, alla tanto apprezzata realtà, alla praticità che la vita ci richiede. Chi non si è posto domande durante la fanciullezza, l’adolescenza, la gioventù ed anche nella maturità, a volte in segreto per non sembrare debole o ignorante? Quante volte queste domande sono rimaste nello spazio dell’impossibile? Quante volte ci siamo torturati pensando e ripensando alla nascita e alla morte, alla malattia ed alla vecchiaia? Quante volte abbiamo cercato una risposta sul perché del mondo e della nostra presenza in esso? Quante volte abbiamo girato intorno all’idea di Dio, a volte per negarla con complessi ragionamenti, a volte per lasciarla vivere come un sentimento inesprimibile a parole?Quante volte abbiamo avuto bisogno della filosofia per aiutarci in mezzo ai dubbi ed alle angosce?
Sappiamo che la filosofia non serve per renderci saggi, né per fornirci le chiavi di tutti i misteri dell’Universo. Però sappiamo che può servirci per risolvere alcune incertezze, per utilizzare la nostra mente, per porci non solo domande, ma anche per osare abbozzare risposte. Sappiamo di non sapere, come bene diceva Socrate, però la Filosofia ci mette sul cammino della conoscenza, poco a poco, senza fretta, senza ansietà, accettando l’infinita varietà delle cose che ci preoccupano e godendo delle piccole certezze che andiamo ad acquisire.La Filosofia serve per vivere.E’ un’arte ben difficile, della quale nessuno si occupa e della quale nessuno sembra conoscere la tecnica. Semplicemente veniamo alla vita e lasciamo che l’istinto vada man mano dettando le regole del gioco, o meglio le deformiamo a seconda di determinate situazioni temporali. Ma Vivere, con la maiuscola, è qualcosa di differente.E’ sapere chi siamo, che non siamo gli unici, che quelle che ci sembrano dolorose prove e difficoltà non sono altro che gradini per imparare a dar valore ai nostri propri mezzi. E’ intuire da dove veniamo ed ugualmente percepire che andiamo verso un qualche altro tempo-spazio, anche se non lo stesso che conosciamo ora; è concepire un filo di coerenza che possiamo chiamare – se vogliamo – eternità.La Filosofia serve per dare valore alla Vita e non solo per lasciarsi trasportare da essa. Serve per dare valore a tutti gli esseri vivi e non solamente agli umani. Serve per guardare il cielo e la terra, per scavare nel fondo della terra e per perforare la profondità del cielo, per vedere oltre, per sentire e per pensare, per essere filosofi coscienti delle proprie domande e delle proprie risposte, non definitive, però sì dirette verso una progressiva comprensione della Verità. Nessuno ci pagherà per questo; non guadagneremo economicamente la vita in questo modo, ma sì il saper vivere e saremo sufficientemente ricompensati dalla nostra propria sicurezza interiore.
Sappiamo che la filosofia non serve per renderci saggi, né per fornirci le chiavi di tutti i misteri dell’Universo. Però sappiamo che può servirci per risolvere alcune incertezze, per utilizzare la nostra mente, per porci non solo domande, ma anche per osare abbozzare risposte. Sappiamo di non sapere, come bene diceva Socrate, però la Filosofia ci mette sul cammino della conoscenza, poco a poco, senza fretta, senza ansietà, accettando l’infinita varietà delle cose che ci preoccupano e godendo delle piccole certezze che andiamo ad acquisire.La Filosofia serve per vivere.E’ un’arte ben difficile, della quale nessuno si occupa e della quale nessuno sembra conoscere la tecnica. Semplicemente veniamo alla vita e lasciamo che l’istinto vada man mano dettando le regole del gioco, o meglio le deformiamo a seconda di determinate situazioni temporali. Ma Vivere, con la maiuscola, è qualcosa di differente.E’ sapere chi siamo, che non siamo gli unici, che quelle che ci sembrano dolorose prove e difficoltà non sono altro che gradini per imparare a dar valore ai nostri propri mezzi. E’ intuire da dove veniamo ed ugualmente percepire che andiamo verso un qualche altro tempo-spazio, anche se non lo stesso che conosciamo ora; è concepire un filo di coerenza che possiamo chiamare – se vogliamo – eternità.La Filosofia serve per dare valore alla Vita e non solo per lasciarsi trasportare da essa. Serve per dare valore a tutti gli esseri vivi e non solamente agli umani. Serve per guardare il cielo e la terra, per scavare nel fondo della terra e per perforare la profondità del cielo, per vedere oltre, per sentire e per pensare, per essere filosofi coscienti delle proprie domande e delle proprie risposte, non definitive, però sì dirette verso una progressiva comprensione della Verità. Nessuno ci pagherà per questo; non guadagneremo economicamente la vita in questo modo, ma sì il saper vivere e saremo sufficientemente ricompensati dalla nostra propria sicurezza interiore.
L'Olympieion di Siracusa
Volgendo appena lo sguardo alla propria destra, mentre da Siracusa ci si reca verso le zone balneari percorrendo l’antica via Elorina, si notano due solitarie colonne sul poggio che sovrasta la città.Si tratta dei resti di un antichissimo tempio greco risalente al VII sec. a.C., molto meno citato e conosciuto rispetto ai famosi templi di Apollo e di Atena presenti nell’isola di Ortigia. Questo isolato luogo, dove un tempo sorgeva un santuario, viene oggi conosciuto dai Siracusani con il nome “le due colonne”.Queste due colonne superstiti, che hanno attraversato imperterrite i secoli, facevano parte del maestoso Olympieion, tempio dedicato a Zeus Olimpio, sorto in un luogo fortemente legato alle origini della città di Siracusa.
La collinetta sulla quale sorgeva il tempio sovrastava un'immensa palude detta Lysimelia, vicina all’approdo del Porto Grande di Siracusa e non lontana dal fiume Ciane.Il tempio costituiva l’elemento coagulante di quello che era il quartiere Polichne, importante per il controllo strategico del territorio.È nei pressi di questo luogo che viene collocato nella mitologia greca il ratto di Proserpina da parte del dio Plutone; il dio fu invano ostacolato dalla ninfa Ciane, da lui poi trasformata in fiume.È qui inoltre che sarebbe giunto Eracle, in giro per il mondo nel compimento delle sue dodici fatiche, con i buoi di Gerione.Ma torniamo al tempio. Era custodito dalla casta sacerdotale prima per rango della città. La sua arcaicità è indicata da vari indizi, come la notizia che la prima statua di Zeus qui conservata era in legno, materiale utilizzato nei templi prima ancora della pietra.
Cicerone ricorda che a Siracusa Zeus era venerato con il nome di Urios, ovvero protettore dei naviganti e il nostro tempio sorgeva sulla linea di ingresso delle navi nel porto.La città venne fondata nel 734 a.C. ad opera di un gruppo di Corinzi, capeggiati da Archia. Lo storico siracusano Serafino Privitera cita nel suo libro Storia di Siracusa: «Fuori dall’ isola, distante quasi due miglia sulla collina che domina l’Anapo, un tempio maestoso e grande innalzarono a Giove Olimpico, che divenne famoso per il simulacro del Nume, per la riverenza ed il culto e per la ricchezza degli ornamenti. Dovette essere anche dei primi, e fabbricato sotto gli Jamidi, che ne erano i sacerdoti. Fu qui eretto, forse perché al primo arrivo della colonia, Archia sceso ad esplorare i luoghi, avendo da quel punto scorto la palude, il fiume, l’ampia riviera del porto, e la fertile campagna, abbia qui sciolto il voto al sommo Iddio».Originariamente il tempio aveva un porticato di 6 colonne per 17 ed era molto allungato (20,50 x 60 m).Il primo cenno storico sull’esistenza del tempio risale al 491 a.C., quando Ippocrate di Gela, dopo aver battuto i Siracusani presso l’Eloro, vi si accampò con i suoi uomini e sorprese il sacerdote ed alcuni cittadini intenti a depredare gli ex voto e l’oro del mantello della statua del Dio, cacciandoli via. Narra, infatti, Diodoro Siculo nel X libro della Biblioteca Storica: «E, dopo averli ripresi aspramente quali spoliatori del tempio, egli ordinò loro di fare ritorno in città, ma Ippocrate personalmente non toccò le offerte votive…».Tempo dopo, racconta Cicerone, Dionigi I sostituì il mantello d’oro, posto sulla statua del dio da Gelone, con uno di lana, asserendo: «Così avrà meno freddo».Tutti i nemici della Siracusa greca non resistettero al richiamo dovuto alla posizione strategica del luogo. La grande fortuna della città fu la presenza della palude. Ateniesi, Cartaginesi e Romani che si stabilirono nella pianura circostante, dove peraltro furono combattute accanite battaglie, vennero sorpresi da violente e terribili epidemie che decimarono i loro eserciti e che decretarono la vittoria di Siracusa in più occasioni.Nel 465 a.C., quando i Siracusani cacciarono l’ultimo esponente della dinastia dei tiranni Diomenidi, celebrarono l’avvenimento con una statua colossale di Zeus Eleutherios (liberatore) che venne posta nel tempio. Il tempio fu, inoltre, centro politico; in esso erano infatti conservate le tavole con tutti i nomi dei cittadini siracusani.Tanta è la storia vissuta dalle due colonne che hanno ispirato molti viaggiatori ed artisti del Sette-Ottocento e vedutisti tardoromantici colpiti dal panorama circostante.Oggi osservano solitarie e nostalgiche una delle più grandi città del passato.
La collinetta sulla quale sorgeva il tempio sovrastava un'immensa palude detta Lysimelia, vicina all’approdo del Porto Grande di Siracusa e non lontana dal fiume Ciane.Il tempio costituiva l’elemento coagulante di quello che era il quartiere Polichne, importante per il controllo strategico del territorio.È nei pressi di questo luogo che viene collocato nella mitologia greca il ratto di Proserpina da parte del dio Plutone; il dio fu invano ostacolato dalla ninfa Ciane, da lui poi trasformata in fiume.È qui inoltre che sarebbe giunto Eracle, in giro per il mondo nel compimento delle sue dodici fatiche, con i buoi di Gerione.Ma torniamo al tempio. Era custodito dalla casta sacerdotale prima per rango della città. La sua arcaicità è indicata da vari indizi, come la notizia che la prima statua di Zeus qui conservata era in legno, materiale utilizzato nei templi prima ancora della pietra.
Cicerone ricorda che a Siracusa Zeus era venerato con il nome di Urios, ovvero protettore dei naviganti e il nostro tempio sorgeva sulla linea di ingresso delle navi nel porto.La città venne fondata nel 734 a.C. ad opera di un gruppo di Corinzi, capeggiati da Archia. Lo storico siracusano Serafino Privitera cita nel suo libro Storia di Siracusa: «Fuori dall’ isola, distante quasi due miglia sulla collina che domina l’Anapo, un tempio maestoso e grande innalzarono a Giove Olimpico, che divenne famoso per il simulacro del Nume, per la riverenza ed il culto e per la ricchezza degli ornamenti. Dovette essere anche dei primi, e fabbricato sotto gli Jamidi, che ne erano i sacerdoti. Fu qui eretto, forse perché al primo arrivo della colonia, Archia sceso ad esplorare i luoghi, avendo da quel punto scorto la palude, il fiume, l’ampia riviera del porto, e la fertile campagna, abbia qui sciolto il voto al sommo Iddio».Originariamente il tempio aveva un porticato di 6 colonne per 17 ed era molto allungato (20,50 x 60 m).Il primo cenno storico sull’esistenza del tempio risale al 491 a.C., quando Ippocrate di Gela, dopo aver battuto i Siracusani presso l’Eloro, vi si accampò con i suoi uomini e sorprese il sacerdote ed alcuni cittadini intenti a depredare gli ex voto e l’oro del mantello della statua del Dio, cacciandoli via. Narra, infatti, Diodoro Siculo nel X libro della Biblioteca Storica: «E, dopo averli ripresi aspramente quali spoliatori del tempio, egli ordinò loro di fare ritorno in città, ma Ippocrate personalmente non toccò le offerte votive…».Tempo dopo, racconta Cicerone, Dionigi I sostituì il mantello d’oro, posto sulla statua del dio da Gelone, con uno di lana, asserendo: «Così avrà meno freddo».Tutti i nemici della Siracusa greca non resistettero al richiamo dovuto alla posizione strategica del luogo. La grande fortuna della città fu la presenza della palude. Ateniesi, Cartaginesi e Romani che si stabilirono nella pianura circostante, dove peraltro furono combattute accanite battaglie, vennero sorpresi da violente e terribili epidemie che decimarono i loro eserciti e che decretarono la vittoria di Siracusa in più occasioni.Nel 465 a.C., quando i Siracusani cacciarono l’ultimo esponente della dinastia dei tiranni Diomenidi, celebrarono l’avvenimento con una statua colossale di Zeus Eleutherios (liberatore) che venne posta nel tempio. Il tempio fu, inoltre, centro politico; in esso erano infatti conservate le tavole con tutti i nomi dei cittadini siracusani.Tanta è la storia vissuta dalle due colonne che hanno ispirato molti viaggiatori ed artisti del Sette-Ottocento e vedutisti tardoromantici colpiti dal panorama circostante.Oggi osservano solitarie e nostalgiche una delle più grandi città del passato.
Intervista a Parmenide
Cari lettori, ospitiamo oggi Parmenide, indicato come il padre della metafisica e della logica, dell'ontologia, cioè della scienza di ciò che è nelle cose. Nonostante sia definito "l'oscuro" cercheremo di portare un po' di luce sulla sua ricerca filosofica.
Maestro, lei è il primo filosofo italiano nostro ospite dopo alcuni greci.
Sì, salernitano per la precisione. La nostra Elea, Velia per i Romani, si trovava un po' a sud di Paestum.
Lei nacque nel 515 a. C. da famiglia illustre e ricca.Vero. Anche i soldi possono diventare uno strumento positivo se usati per cercare il Sommo Bene come lo chiama Platone.
Proprio Platone le dedica una delle sue opere massime, Il Parmenide appunto. Perché?
Certo in ricordo del mio incontro con il suo amatissimo maestro Socrate, ad Atene. Avevo già sessantacinque anni, Socrate era un giovanotto di circa venti; Platone, poi, doveva ancora nascere…
In un'altra opera, il Teeteto, ancora Platone la descrive come “venerando ed insieme terribile”.
Sì. Platone stesso dice di essersi ispirato a versi dell'Iliade su Agamennone.
Ma dice anche altro; ecco, trovo il punto… “mi parve di un'altezza e nobiltà di mente addirittura meravigliosa”. Sono parole di grande affetto.Fanno piacere, ma non fino all'orgoglio…
Lei fu anche un politico.Sì, fui legislatore e i miei concittadini tanto apprezzavano le mie leggi che ogni anno giuravano di restare fedeli ad esse.
Ma chi è il fondatore della scuola di Elea? Lei o Senofane?Senofane era di Colofone sulle coste turche, ed aveva circa trent'anni più di me; visse a lungo e, fra l'altro, scrisse poesie contro l'operato di Omero ed Esiodo che avevano diffuso fra il popolo i segreti degli dei; la stessa posizione avrebbe espresso anche Platone. Viaggiò per tutta la Grecia; fu a Catania ed anche ad Elea, dove ascoltai i suoi discorsi. Era un viaggiatore, ma per fondare una scuola occorre dedicarci l'intera vita. Era uomo di vasta sapienza e gli devo molto, così come devo moltissimo al pitagorico Aminia che mi avviò alla filosofia.
Infatti Giamblico la ricorda proprio come pitagorico nel suo meticoloso elenco. Ma veniamo ad altro. Maestro, perché molti filosofi della sua epoca, fra cui lei stesso, hanno scritto opere dedicate alla Natura?
Per noi la Natura era il punto di partenza per ricercare il Grande Mistero che la anima. La nostra non era una ricerca solo tecnica, ma filosofica, cioè con una visione globale che coinvolge tutte le componenti umane.
Parmenide lei è detto l' "oscuro". I suoi versi, sinceramente, non sono immediati. Nel suo poema lei immagina un viaggio su un carro trainato da cavalle, con fanciulle che le indicano il cammino verso la dimora di una dea che la introduce alla conoscenza della Verità. Cosa vuole intendere con questo viaggio ispirato al femminile?
Innanzitutto ho scritto in versi per ricordare e diffondere più facilmente le idee, ma mi rendo conto che, passati tanti secoli, e soprattutto cambiando lingue e culture, un testo poetico ottenga proprio l'effetto contrario e risulti molto oscuro. S'immagini cosa potrebbe essere capito del poema di Dante fra duemila anni, magari se ne restassero appena un centinaio di versi, com'è successo con il mio! Dunque, nella mia opera descrivo un viaggio simbolico verso la Saggezza. Il viaggio mi conduce ad una porta che si apre su due sentieri, del Giorno e della Notte. La porta, controllata dalla dea della Giustizia, mi viene aperta solo per intercessione delle Figlie del Sole. Così il mio viaggio può concludersi al cospetto della dea benevola della Verità che mi svela i segreti della Saggezza adattandoli alla logica umana. Quanto poi all'essermi affidato al femminile, le dirò che per capire occorre amare e le donne sono amore.
Anche altri si sono affidati alla benevolenza femminile. Esiodo non invoca le Muse? Omero non invoca una dea?
Lei fa dire alla dea concetti molto complessi… che l'Essere è e il Non-Essere non è. Cos'è? Un gioco di parole? Un rompicapo?
Proverò a spiegarmi, ma prima mi consenta di fare alcune premesse. Innanzitutto il primo motore di questo viaggio nel profondo di sé deve essere la propria forza di volontà. Altra condizione necessaria è il desiderio di capire che è il sapere profondo e non enciclopedico e superficiale. Occorre poi la buona sorte, ovvero un destino favorevole che pazientemente ciascuno si costruisce in tante vite.
Insomma Maestro lei ci sta dicendo che questo cammino non è per tutti.
Sono condizioni difficili, lo ammetto, ma non impossibili. Tutto nella vita è una conquista. Non si conquista e si difende un amore o un lavoro? La cultura non va acquisita in tanti lunghi anni di scuola e non va poi alimentata nel resto della vita per non dimenticarla? Quindi chi vuol capire, e non solo conoscere, deve impegnarsi.
Lei, dunque, è lontano dalla visione aristotelica che vede invece la crescita per l'essere umano nello studio delle cose del mondo. Sì, da Aristotele sono abbastanza lontano, ma lui è lontano da molti. Torniamo a quel dilemma che l'Essere è e il Non-Essere non è. Cercherò di spiegarmi. L'essere umano è immerso in un oceano di cose che riesce a vedere, sentire, toccare o almeno pensare: piante, montagne, animali, la Terra, l'Universo; infiniti atomi… Le differenza fra queste cose è creata dai nostri sensi attraverso i giudizi di lontananza, qualità, grandezza ecc. che una parte della nostra mente (badi bene: una parte) registra creando quella che chiamiamo "esperienza". Ma, domandiamoci, le cose sono proprio come le vediamo? Per esempio, una stella e un moscerino sono esseri diversi, oppure hanno somiglianze? Ai miei tempi avevamo la risposta, ma era difficile dimostrarla. La scienza moderna, invece, potrebbe dimostrare che una stella e un moscerino hanno qualcosa in comune, come se un' Unità si fosse moltiplicata in miliardi di esseri.Immagini, ora, che l'essere umano, anziché i deboli sensi che ha, per esempio la vista, avesse una vista mille volte più potente, un po' come in quei fumetti, come lo chiamate? quel Superman... Come vedremmo le cose? Non così nettamente distinte fra loro. Cioè non vedremmo la separazione fra il moscerino e una foglia, ma vedremmo miriadi di atomi che vibrano all'intorno. Vedremmo "più in dentro" nelle cose, almeno fin dove potrebbe questa vista più acuta e quindi avremmo anche una nuova superficie esterna di ogni cosa! Dunque siamo immersi in un mondo creato dal limite dei nostri stessi sensi! Siamo in una bella gabbia, mio caro amico. Percepiamo il mondo nel modo umano, ma il mondo è mille volte più complesso. Non dice anche Protagora che l'Uomo è misura di tutte le cose? Quella che chiamiamo "realtà" è dunque frutto delle nostre limitazioni e quindi è una visione molto parziale, se non addirittura l'illusione di un momento. Sembra vero l'albero davanti a me; vera la pioggia che mi bagna; vero il denaro che ho nelle mani. Invece, tutto è limitato dai limiti umani. Le nostre conoscenze sono inesorabilmente parziali e dovremo sempre aggiornarle perché tutto è senza un volto definitivo. Quello che noi crediamo "vero" in realtà non lo è ed è proprio questo il Non-Essere di cui mi parla la dea. Sembra un gioco di parole: ciò che sembra essere invece non è.
Perché siamo condannati a vivere in un mondo così illusorio?
Buona domanda. È un dio burlone a farci vivere in questa gabbia o ci siamo rinchiusi da soli? Tentiamo una risposta. Gli umani rispetto a minerali, vegetali e animali hanno in più la Mente. Una parte di essa, come abbiamo detto, lavora per esaudire tutti i nostri desideri. Va avanti per "opinioni": si fa un'idea su una situazione; l'idea si cristallizza mentre la situazione che l'ha generata è già cambiata! In fondo è un piccolo strumento appena un po' adatto per le piccole cose quotidiane. La usa quella ampia parte dell'umanità che io chiamo "uomini a due teste", che si illudono che il mondo sia proprio come lo vedono e non si curano di trovare il vero.
L'Umanità, allora, sembra una statua appena abbozzata.
Sì, l'umanità si sta scolpendo, ma pian piano, perché è ancora troppo immersa nel mondo delle illusioni che la trascina a soffrire. Questo concetto è quello che un mio ben più grande contemporaneo, Buddha, in altra parte della terra, chiamava Dukka, il dolore. In fondo, dice, sono gli umani stessi a voler soffrire perché l'eccessivo attaccamento alla vita provoca illusioni, dolore e morte.
Ma c'è una via d'uscita da questa gabbia angosciante? Da questa via della Notte, come la chiama lei?
Certo è la Via del Giorno! È la via della ricerca della Verità. Poco fa abbiamo detto che l'essere umano usa una piccola parte della sua mente, quella legata all'eterno divenire. Ma c'è anche una Mente Superiore con cui potrebbe percepire aspetti più sottili come il Bello, il Buono e il Giusto.
Perché l'Umanità dovrebbe interessarsi all'Essere e non al Non-Essere? Così lei impedisce la conoscenza scientifica.La dea mi disse che esistono due vie: l'Essere e il Non-Essere e che questa seconda è un sentiero impossibile per gli umani. Impossibile nel senso che non porta ad uno sbocco veramente utile per loro. Mi spiego: la via del Non-Essere, cioè delle cose del mondo, non è negata agli umani - infatti hanno libertà di scelta - ma, con franchezza, è solo una perdita di tempo. È sprecare la vita, perché veniamo in questo gran teatro non per far felice il corpo ma per sviluppare la scintilla dello Spirito. Certo che possiamo conoscere i misteri del mondo, ma questa conoscenza deve servire ad un costante miglioramento spirituale e non solo tecnologico.Vede, l'Uomo moderno ha solo scelto la via più facile, quella di una comoda poltrona dove tenta di alleviare dolore, fatica e perfino la morte. Illusione delle illusioni! A che serve vivere trent'anni di più ma senza un barlume superiore di coscienza? Quando scopriamo una nuova specie o una nuova stella cosa aggiungiamo al destino dell'Anima? Siamo sinceri, praticamente nulla. Cosa rende felice l'essere umano: sapere il nome di centomila stelle oppure avere un vero amico? L'Anima non resta per nulla intaccata dalle scoperte che voi chiamate scientifiche.
Insomma, per concludere, la sua filosofia a cosa porta?
Io e tanti altri che mi hanno preceduto e seguito, abbiamo l'idea che la vita serve a conoscere sé stessi per migliorarsi, combattendo contro la natura animale che ancora ci avvolge. Vogliamo mettere in guardia dai pericoli della mente umana che è solo uno strumento datoci per capire; certo più sottile dei sensi fisici ma è pur sempre umano, troppo umano.
Maestro, è ormai tempo di lasciarci, ma forse siamo riusciti a togliere qualche velo che oscura la sua grandezza.
Maestro, lei è il primo filosofo italiano nostro ospite dopo alcuni greci.
Sì, salernitano per la precisione. La nostra Elea, Velia per i Romani, si trovava un po' a sud di Paestum.
Lei nacque nel 515 a. C. da famiglia illustre e ricca.Vero. Anche i soldi possono diventare uno strumento positivo se usati per cercare il Sommo Bene come lo chiama Platone.
Proprio Platone le dedica una delle sue opere massime, Il Parmenide appunto. Perché?
Certo in ricordo del mio incontro con il suo amatissimo maestro Socrate, ad Atene. Avevo già sessantacinque anni, Socrate era un giovanotto di circa venti; Platone, poi, doveva ancora nascere…
In un'altra opera, il Teeteto, ancora Platone la descrive come “venerando ed insieme terribile”.
Sì. Platone stesso dice di essersi ispirato a versi dell'Iliade su Agamennone.
Ma dice anche altro; ecco, trovo il punto… “mi parve di un'altezza e nobiltà di mente addirittura meravigliosa”. Sono parole di grande affetto.Fanno piacere, ma non fino all'orgoglio…
Lei fu anche un politico.Sì, fui legislatore e i miei concittadini tanto apprezzavano le mie leggi che ogni anno giuravano di restare fedeli ad esse.
Ma chi è il fondatore della scuola di Elea? Lei o Senofane?Senofane era di Colofone sulle coste turche, ed aveva circa trent'anni più di me; visse a lungo e, fra l'altro, scrisse poesie contro l'operato di Omero ed Esiodo che avevano diffuso fra il popolo i segreti degli dei; la stessa posizione avrebbe espresso anche Platone. Viaggiò per tutta la Grecia; fu a Catania ed anche ad Elea, dove ascoltai i suoi discorsi. Era un viaggiatore, ma per fondare una scuola occorre dedicarci l'intera vita. Era uomo di vasta sapienza e gli devo molto, così come devo moltissimo al pitagorico Aminia che mi avviò alla filosofia.
Infatti Giamblico la ricorda proprio come pitagorico nel suo meticoloso elenco. Ma veniamo ad altro. Maestro, perché molti filosofi della sua epoca, fra cui lei stesso, hanno scritto opere dedicate alla Natura?
Per noi la Natura era il punto di partenza per ricercare il Grande Mistero che la anima. La nostra non era una ricerca solo tecnica, ma filosofica, cioè con una visione globale che coinvolge tutte le componenti umane.
Parmenide lei è detto l' "oscuro". I suoi versi, sinceramente, non sono immediati. Nel suo poema lei immagina un viaggio su un carro trainato da cavalle, con fanciulle che le indicano il cammino verso la dimora di una dea che la introduce alla conoscenza della Verità. Cosa vuole intendere con questo viaggio ispirato al femminile?
Innanzitutto ho scritto in versi per ricordare e diffondere più facilmente le idee, ma mi rendo conto che, passati tanti secoli, e soprattutto cambiando lingue e culture, un testo poetico ottenga proprio l'effetto contrario e risulti molto oscuro. S'immagini cosa potrebbe essere capito del poema di Dante fra duemila anni, magari se ne restassero appena un centinaio di versi, com'è successo con il mio! Dunque, nella mia opera descrivo un viaggio simbolico verso la Saggezza. Il viaggio mi conduce ad una porta che si apre su due sentieri, del Giorno e della Notte. La porta, controllata dalla dea della Giustizia, mi viene aperta solo per intercessione delle Figlie del Sole. Così il mio viaggio può concludersi al cospetto della dea benevola della Verità che mi svela i segreti della Saggezza adattandoli alla logica umana. Quanto poi all'essermi affidato al femminile, le dirò che per capire occorre amare e le donne sono amore.
Anche altri si sono affidati alla benevolenza femminile. Esiodo non invoca le Muse? Omero non invoca una dea?
Lei fa dire alla dea concetti molto complessi… che l'Essere è e il Non-Essere non è. Cos'è? Un gioco di parole? Un rompicapo?
Proverò a spiegarmi, ma prima mi consenta di fare alcune premesse. Innanzitutto il primo motore di questo viaggio nel profondo di sé deve essere la propria forza di volontà. Altra condizione necessaria è il desiderio di capire che è il sapere profondo e non enciclopedico e superficiale. Occorre poi la buona sorte, ovvero un destino favorevole che pazientemente ciascuno si costruisce in tante vite.
Insomma Maestro lei ci sta dicendo che questo cammino non è per tutti.
Sono condizioni difficili, lo ammetto, ma non impossibili. Tutto nella vita è una conquista. Non si conquista e si difende un amore o un lavoro? La cultura non va acquisita in tanti lunghi anni di scuola e non va poi alimentata nel resto della vita per non dimenticarla? Quindi chi vuol capire, e non solo conoscere, deve impegnarsi.
Lei, dunque, è lontano dalla visione aristotelica che vede invece la crescita per l'essere umano nello studio delle cose del mondo. Sì, da Aristotele sono abbastanza lontano, ma lui è lontano da molti. Torniamo a quel dilemma che l'Essere è e il Non-Essere non è. Cercherò di spiegarmi. L'essere umano è immerso in un oceano di cose che riesce a vedere, sentire, toccare o almeno pensare: piante, montagne, animali, la Terra, l'Universo; infiniti atomi… Le differenza fra queste cose è creata dai nostri sensi attraverso i giudizi di lontananza, qualità, grandezza ecc. che una parte della nostra mente (badi bene: una parte) registra creando quella che chiamiamo "esperienza". Ma, domandiamoci, le cose sono proprio come le vediamo? Per esempio, una stella e un moscerino sono esseri diversi, oppure hanno somiglianze? Ai miei tempi avevamo la risposta, ma era difficile dimostrarla. La scienza moderna, invece, potrebbe dimostrare che una stella e un moscerino hanno qualcosa in comune, come se un' Unità si fosse moltiplicata in miliardi di esseri.Immagini, ora, che l'essere umano, anziché i deboli sensi che ha, per esempio la vista, avesse una vista mille volte più potente, un po' come in quei fumetti, come lo chiamate? quel Superman... Come vedremmo le cose? Non così nettamente distinte fra loro. Cioè non vedremmo la separazione fra il moscerino e una foglia, ma vedremmo miriadi di atomi che vibrano all'intorno. Vedremmo "più in dentro" nelle cose, almeno fin dove potrebbe questa vista più acuta e quindi avremmo anche una nuova superficie esterna di ogni cosa! Dunque siamo immersi in un mondo creato dal limite dei nostri stessi sensi! Siamo in una bella gabbia, mio caro amico. Percepiamo il mondo nel modo umano, ma il mondo è mille volte più complesso. Non dice anche Protagora che l'Uomo è misura di tutte le cose? Quella che chiamiamo "realtà" è dunque frutto delle nostre limitazioni e quindi è una visione molto parziale, se non addirittura l'illusione di un momento. Sembra vero l'albero davanti a me; vera la pioggia che mi bagna; vero il denaro che ho nelle mani. Invece, tutto è limitato dai limiti umani. Le nostre conoscenze sono inesorabilmente parziali e dovremo sempre aggiornarle perché tutto è senza un volto definitivo. Quello che noi crediamo "vero" in realtà non lo è ed è proprio questo il Non-Essere di cui mi parla la dea. Sembra un gioco di parole: ciò che sembra essere invece non è.
Perché siamo condannati a vivere in un mondo così illusorio?
Buona domanda. È un dio burlone a farci vivere in questa gabbia o ci siamo rinchiusi da soli? Tentiamo una risposta. Gli umani rispetto a minerali, vegetali e animali hanno in più la Mente. Una parte di essa, come abbiamo detto, lavora per esaudire tutti i nostri desideri. Va avanti per "opinioni": si fa un'idea su una situazione; l'idea si cristallizza mentre la situazione che l'ha generata è già cambiata! In fondo è un piccolo strumento appena un po' adatto per le piccole cose quotidiane. La usa quella ampia parte dell'umanità che io chiamo "uomini a due teste", che si illudono che il mondo sia proprio come lo vedono e non si curano di trovare il vero.
L'Umanità, allora, sembra una statua appena abbozzata.
Sì, l'umanità si sta scolpendo, ma pian piano, perché è ancora troppo immersa nel mondo delle illusioni che la trascina a soffrire. Questo concetto è quello che un mio ben più grande contemporaneo, Buddha, in altra parte della terra, chiamava Dukka, il dolore. In fondo, dice, sono gli umani stessi a voler soffrire perché l'eccessivo attaccamento alla vita provoca illusioni, dolore e morte.
Ma c'è una via d'uscita da questa gabbia angosciante? Da questa via della Notte, come la chiama lei?
Certo è la Via del Giorno! È la via della ricerca della Verità. Poco fa abbiamo detto che l'essere umano usa una piccola parte della sua mente, quella legata all'eterno divenire. Ma c'è anche una Mente Superiore con cui potrebbe percepire aspetti più sottili come il Bello, il Buono e il Giusto.
Perché l'Umanità dovrebbe interessarsi all'Essere e non al Non-Essere? Così lei impedisce la conoscenza scientifica.La dea mi disse che esistono due vie: l'Essere e il Non-Essere e che questa seconda è un sentiero impossibile per gli umani. Impossibile nel senso che non porta ad uno sbocco veramente utile per loro. Mi spiego: la via del Non-Essere, cioè delle cose del mondo, non è negata agli umani - infatti hanno libertà di scelta - ma, con franchezza, è solo una perdita di tempo. È sprecare la vita, perché veniamo in questo gran teatro non per far felice il corpo ma per sviluppare la scintilla dello Spirito. Certo che possiamo conoscere i misteri del mondo, ma questa conoscenza deve servire ad un costante miglioramento spirituale e non solo tecnologico.Vede, l'Uomo moderno ha solo scelto la via più facile, quella di una comoda poltrona dove tenta di alleviare dolore, fatica e perfino la morte. Illusione delle illusioni! A che serve vivere trent'anni di più ma senza un barlume superiore di coscienza? Quando scopriamo una nuova specie o una nuova stella cosa aggiungiamo al destino dell'Anima? Siamo sinceri, praticamente nulla. Cosa rende felice l'essere umano: sapere il nome di centomila stelle oppure avere un vero amico? L'Anima non resta per nulla intaccata dalle scoperte che voi chiamate scientifiche.
Insomma, per concludere, la sua filosofia a cosa porta?
Io e tanti altri che mi hanno preceduto e seguito, abbiamo l'idea che la vita serve a conoscere sé stessi per migliorarsi, combattendo contro la natura animale che ancora ci avvolge. Vogliamo mettere in guardia dai pericoli della mente umana che è solo uno strumento datoci per capire; certo più sottile dei sensi fisici ma è pur sempre umano, troppo umano.
Maestro, è ormai tempo di lasciarci, ma forse siamo riusciti a togliere qualche velo che oscura la sua grandezza.
Missione Indonesia 2008
Ricordate cosa accadde il 27 maggio 2006?Un grave sisma del 6° grado della scala Richter, unito ad una violenta eruzione del vulcano Merapi, colpì l'isola di Giava, in Indonesia, provocando seimilacinquecento morti ed oltre duecentomila senzatetto.Due settimane dopo un gruppo di volontari dell’Organizzazione Internazionale Nuova Acropoli partì verso le zone colpite dal terremoto per offrire un concreto aiuto dopo aver dovuto superare la difficoltà di reperire i fondi.In quel primo viaggio, oltre le debite prestazioni mediche, furono svolti lavori di restauro in una scuola consolidandone le strutture. I più felici furono proprio i bambini che ricambiarono con un toccante saluto nell'ultimo giorno di presenza dei nostri volontari.
Due anni dopo abbiamo deciso di tornare, su richiesta del Direttore e degli insegnanti della scuola del villaggio di Krapyak Kulon a sud-est di Yogyakarta. Così è partito un secondo gruppo di sedici volontari, fra cui sei che erano già stati nella precedente missione.
Il gruppo è stato formato da Acropolitani di Spagna (Angelina Molina Lopez, Miguel Garcìa Arroyo, Helena Correas Cabaleiro, Julian Pulido Rodriguez, Gabriel Leo Vazquez), di Francia (Michèle Claire Geneviève Morize, Guillaume Hazaël Lafitte, Evelyne Marie Antoinette Janin, Noëlle Vannini), d'Austria (Heribert Holzinger, Otto Freudhofmier, Brigitte Buchwald), d'Ungheria (Istvàn Németh) e d'Italia (Alberto Rossi, Lucio Scipioni e il responsabile della spedizione, Sandro Spagnoli, Direttore internazionale del GEA - Gruppo di Ecologia Attiva - e Disaster Manager).Questa seconda missione ha rifornito la scuola e gli studenti di strumenti idonei per renderla ulteriormente operativa: tre computer, una stampante e duecento divise scolastiche. È stata, inoltre, realizzata la cinta muraria attorno alla scuola ed è stata coinvolta la direzione della catena "Melià Purosani Hotel" nella donazione di spazzolini, dentifrici e saponi a tutti i ragazzi della scuola.Due equipe mediche, guidate dai dottori Istvan Nemeth e Michèle Claire Geneviève, hanno svolto circa cento visite al giorno azzerando rapidamente il quantitativo di medicinali portati al seguito tanto che se ne è reso necessario l’acquisto di ulteriori.Di grande rilevanza il corso di primo soccorso che Angelina Molina Lopez (responsabile del GEA di Spagna) ed Helena Correas Cabaleiro hanno tenuto agli insegnanti della scuola molto interessati verso una materia così importante.L’ultimo giorno di permanenza nella scuola è stato caratterizzato dalla consegna all’autorità scolastica locale del materiale acquistato con una cerimonia semplice e toccante che ha visto, a fianco dei nostri volontari, il Capovillaggio, il Direttore della scuola, gli insegnanti, gli alunni ed i loro genitori.Ai 16 volontari è stata donata dal Direttore scolastico, come ringraziamento del lavoro svolto, una preziosa stoffa tipica e lo stemma della scuola.I pochi giorni sono, così, volati via, nella consapevolezza di aver portato un valido aiuto, seppur minimo rispetto a quello che sarebbe necessario.
Due anni dopo abbiamo deciso di tornare, su richiesta del Direttore e degli insegnanti della scuola del villaggio di Krapyak Kulon a sud-est di Yogyakarta. Così è partito un secondo gruppo di sedici volontari, fra cui sei che erano già stati nella precedente missione.
Il gruppo è stato formato da Acropolitani di Spagna (Angelina Molina Lopez, Miguel Garcìa Arroyo, Helena Correas Cabaleiro, Julian Pulido Rodriguez, Gabriel Leo Vazquez), di Francia (Michèle Claire Geneviève Morize, Guillaume Hazaël Lafitte, Evelyne Marie Antoinette Janin, Noëlle Vannini), d'Austria (Heribert Holzinger, Otto Freudhofmier, Brigitte Buchwald), d'Ungheria (Istvàn Németh) e d'Italia (Alberto Rossi, Lucio Scipioni e il responsabile della spedizione, Sandro Spagnoli, Direttore internazionale del GEA - Gruppo di Ecologia Attiva - e Disaster Manager).Questa seconda missione ha rifornito la scuola e gli studenti di strumenti idonei per renderla ulteriormente operativa: tre computer, una stampante e duecento divise scolastiche. È stata, inoltre, realizzata la cinta muraria attorno alla scuola ed è stata coinvolta la direzione della catena "Melià Purosani Hotel" nella donazione di spazzolini, dentifrici e saponi a tutti i ragazzi della scuola.Due equipe mediche, guidate dai dottori Istvan Nemeth e Michèle Claire Geneviève, hanno svolto circa cento visite al giorno azzerando rapidamente il quantitativo di medicinali portati al seguito tanto che se ne è reso necessario l’acquisto di ulteriori.Di grande rilevanza il corso di primo soccorso che Angelina Molina Lopez (responsabile del GEA di Spagna) ed Helena Correas Cabaleiro hanno tenuto agli insegnanti della scuola molto interessati verso una materia così importante.L’ultimo giorno di permanenza nella scuola è stato caratterizzato dalla consegna all’autorità scolastica locale del materiale acquistato con una cerimonia semplice e toccante che ha visto, a fianco dei nostri volontari, il Capovillaggio, il Direttore della scuola, gli insegnanti, gli alunni ed i loro genitori.Ai 16 volontari è stata donata dal Direttore scolastico, come ringraziamento del lavoro svolto, una preziosa stoffa tipica e lo stemma della scuola.I pochi giorni sono, così, volati via, nella consapevolezza di aver portato un valido aiuto, seppur minimo rispetto a quello che sarebbe necessario.
Il buco nero... canterino
Non è una notizia recentissima, viene ripresa dalla rivista Nature del 2 ottobre 2003, ma rappresenta un’ulteriore conferma che i corpi presenti nell’universo emettono energia con moto ondulatorio e queste onde, siano esse di materia o elettromagnetiche, risuonano con frequenze paragonabili, con le dovute scale di grandezza, a quelle emesse dagli strumenti musicali costruiti dall’uomo.Gli astronomi del Chandra X-ray Observatory Center affermano, in un articolo della prestigiosa rivista, di aver “udito”, attraverso il telescopio a raggi X, a 250 milioni di anni luce dal nostro pianeta, il buco nero della galassia NGC 1275, nel lontanissimo ammasso di galassie che chiamiamo Perseo, emettere un si talmente basso da non potrebbe essere udito da orecchio umano.
In un'immaginaria tastiera di pianoforte lunga a piacere la nota si trova 57 ottave sotto il do centrale. Il suono emesso dal buco nero ha una lunghezza d'onda di 36.000 anni luce e con la sua possanza scalda la gigantesca nube di gas e polveri che circonda il buco nero. La nota celestiale è prodotta, secondo Andy Fabian di Cambridge, autore dell'osservazione, dalla tremenda energia liberata dal buco nero che increspa i gas che gli fanno corona.È la musica delle sfere di cui hanno parlato gli antichi filosofi e poeti?Difficile dirlo, ma il suono cosmico del buco nero in questione può essere definito la nota più bassa finora registrata da strumentazione umana.La notizia apre la possibilità di rivalutare le concezioni pitagoriche e platoniche intorno alla Musica delle sfere. Ha il fascino di miti remoti e di ancestrali risonanze umane, che si dispiegano nelle opere di filosofi, scienziati e poeti che, dagli albori dell’antichità, affermano che i corpi celesti nel loro moto rispondono a leggi matematiche precise ed emettono note particolari.Dagli anni Ottanta, quando vennero per la prima volta registrate le note emesse dall’atmosfera solare e dagli anelli di Saturno o dalla nostra galassia - la Via Lattea emette un sibilo acuto - molte sono state le osservazioni scientifiche che confermerebbero queste tesi. Addirittura esiste un insieme di teorie, note con il nome collettivo di “Teoria delle Stringhe”, che descriverebbe le particelle infinitesimali della materia non come piccoli globi, ma come stringhe, lacci che, vibrando secondo frequenze caratteristiche, darebbero origine a tutti i differenti stati della materia che oggi conosciamo.Questi concetti sono arrivati a noi attraverso un lungo ma ben saldo percorso che dai Maestri greci, attraverso il mondo latino e medievale europeo, venne vivificato dagli esponenti del neoplatonismo rinascimentale fiorentino.Anche Keplero, partendo da un’idea di Universo governato da leggi intelligenti e matematiche, (quindi musicali, se intendiamo i rapporti matematici che permettono lo svolgersi dell’armonia musicale), arrivò alla formulazione delle tre leggi sul moto dei pianeti.Lo stesso Newton racconta di essere arrivato all’enunciazione della famosa legge di gravità universale illuminato dall’idea di un Cosmo armonico alla maniera classica.La scienza odierna, a piccoli e sudati passi, continua l’incessante marcia di riavvicinamento a quelle conoscenze filosofiche che in epoca classica erano assodate dai filosofi, pur se non descritte con un rigoroso linguaggio matematico.
In un'immaginaria tastiera di pianoforte lunga a piacere la nota si trova 57 ottave sotto il do centrale. Il suono emesso dal buco nero ha una lunghezza d'onda di 36.000 anni luce e con la sua possanza scalda la gigantesca nube di gas e polveri che circonda il buco nero. La nota celestiale è prodotta, secondo Andy Fabian di Cambridge, autore dell'osservazione, dalla tremenda energia liberata dal buco nero che increspa i gas che gli fanno corona.È la musica delle sfere di cui hanno parlato gli antichi filosofi e poeti?Difficile dirlo, ma il suono cosmico del buco nero in questione può essere definito la nota più bassa finora registrata da strumentazione umana.La notizia apre la possibilità di rivalutare le concezioni pitagoriche e platoniche intorno alla Musica delle sfere. Ha il fascino di miti remoti e di ancestrali risonanze umane, che si dispiegano nelle opere di filosofi, scienziati e poeti che, dagli albori dell’antichità, affermano che i corpi celesti nel loro moto rispondono a leggi matematiche precise ed emettono note particolari.Dagli anni Ottanta, quando vennero per la prima volta registrate le note emesse dall’atmosfera solare e dagli anelli di Saturno o dalla nostra galassia - la Via Lattea emette un sibilo acuto - molte sono state le osservazioni scientifiche che confermerebbero queste tesi. Addirittura esiste un insieme di teorie, note con il nome collettivo di “Teoria delle Stringhe”, che descriverebbe le particelle infinitesimali della materia non come piccoli globi, ma come stringhe, lacci che, vibrando secondo frequenze caratteristiche, darebbero origine a tutti i differenti stati della materia che oggi conosciamo.Questi concetti sono arrivati a noi attraverso un lungo ma ben saldo percorso che dai Maestri greci, attraverso il mondo latino e medievale europeo, venne vivificato dagli esponenti del neoplatonismo rinascimentale fiorentino.Anche Keplero, partendo da un’idea di Universo governato da leggi intelligenti e matematiche, (quindi musicali, se intendiamo i rapporti matematici che permettono lo svolgersi dell’armonia musicale), arrivò alla formulazione delle tre leggi sul moto dei pianeti.Lo stesso Newton racconta di essere arrivato all’enunciazione della famosa legge di gravità universale illuminato dall’idea di un Cosmo armonico alla maniera classica.La scienza odierna, a piccoli e sudati passi, continua l’incessante marcia di riavvicinamento a quelle conoscenze filosofiche che in epoca classica erano assodate dai filosofi, pur se non descritte con un rigoroso linguaggio matematico.
Guardare alla scrittura: cosa si cela dietro la grafia?
Certamente, ci saremo trovati almeno una volta a guardare incuriositi una firma o un foglio d'appunti chiedendoci cosa mai si nasconde dietro la maniera tutta personale di scrivere o di scarabocchiare, cosa mai rappresenteranno le innumerevoli differenze tra una grafia e l'altra e se mai possa essere possibile conoscere qualcosa dell'altro guardando proprio alla maniera di adoperare carta e penna. Se queste curiosità anni addietro hanno intrattenuto numerosi intellettuali nei salotti letterari dell'epoca ed animato i loro dibattiti, da qualche tempo si sono riversate in una vera e propria scienza che, sotto l'effigie della “grafologia” sta divenendo un importante strumento per la conoscenza della mano che scrive e che, inconsapevolmente, parla di sé... anche sotto forma di simboli grafici.
Già Goethe, che si dice appassionato collezionista di autografi, affermò: “non esiste alcun dubbio che la scrittura abbia un rapporto con il carattere e l'intelligenza”. Di fatto, anche nei nostri giorni, e soprattutto ad eco della più triste cronaca, si nota come l'analisi della grafie e la lettura psicologica della scrittura sia veramente in grado di parlare del suo autore.Cosa si nasconde, allora, dietro la scrittura? Perché ogni grafia acquista una sua originalità e, ancor più, cosa possiamo comprendere, anche di noi stessi, per placare la più grande ed ancestrale delle curiosità: conoscere di più noi stessi? Nulla si fa per caso. Questo è forse il principale dogma che lega l'uomo alla sua creatività, a tutto quello che genera e produce. Anche la scrittura, essendo una produzione intimamente creativa per ciascun uomo, diventa specchio di tutto quello che il suo creatore vive e pensa. Entrare dentro i suoi ghirigori trasporta dentro l'affascinante terra dei misteri umani e, di conseguenza, lì dove è possibile incontrare se stessi.La scienza grafologica, che nasce da intuizioni e da attente ricerche lunghe centinaia d'anni, non si nasconde, certamente, dietro palle di cristallo o tarocchi - come ahimé si pensava centinaia d'anni addietro - ma investiga con rinomata scientificità i rapporti tra segni grafici e contenuti psicologici. Il fascino è conseguente. Ogni forma, ogni movimento, ogni tratto lasciato sul bianco della carta diventa un prodotto dotato di vita propria, capace di evidenziare i propri percorsi più intimi e, anche nello spazio di pochi giorni, mostrare i propri cambiamenti interiori, magari in segni grafici nuovi o mutati che mai nascono per casualità. Ci siamo accorti di come la nostra grafia cambi con il nostro umore, con le esperienze vissute, o attraversando un certo periodo... magari avremo vissuto un'epoca di lettere morbide o tondeggianti, per passare dopo a grafie più rigide, magari pungenti o chiuse che rappresentano un'altra “epoca”, un altro momento. È un caso? Può, invece, la grafia raccontarci cosa ci accade nel cuore o, ancora, come poter capire di più i nostri più piccoli movimenti interiori?Comprendere la scrittura non è un “gioco” da rotocalchi o da semplicistiche rubriche di psicologia. Molti sono stati gli studiosi che hanno dedicato numerosissimi anni a questo delicato studio, raccogliendo migliaia e migliaia di grafie e “storie” che sono state in grado di rappresentare, passo dopo passo, una vera e propria scienza che tanto promette allo studio della personalità e della sua espressione. La scrittura “vive” e, perché possa essere capita per quella che è, richiede una grande attenzione e profondità: quanto è grande? Quanto è piccola? Dove si inclina? Che direzione prende? Quanta pressione porta con sé? Che forme disegna? Sono tondeggianti? Rigide? Ci sono punte lanciate? Ci sono archi, ghirlande, nodi? È una scrittura lenta, veloce, trattenuta, lanciata? Insomma, che “carattere” ha la scrittura? Tutti i “segreti” della grafia diventano i nostri segreti, quelle cose che, forse, non riusciamo a dirci ma con le quali è importante confrontarci...Emozioni, pensieri, energie vengono trasportate dalla penna: una scrittura che si muove, che salta tra le righe, così come una più statica e regolare parlano di due diverse emotività; una scrittura lenta, più dubbiosa così come una precipitata, quasi in corsa contro il tempo descrivono due energie attuative differenti; scritture piccole, delicate, ravvicinate così come quelle ampie, abbondanti esprimono maniere differenti di “vestire se stessi”.E se provassimo a guardare la nostra? Chiediamoci di quale vita parla e, semmai ne avessimo sentore, proviamo a dare alla nostra grafia un “respiro” che si tramandi alla nostra vita perché se è vero che la grafia è vita, darle attenzione vuol dire trovare il tempo per fermarsi e stare a guardarsi. Impegno, questo, che non dovrebbe mancare mai.
Già Goethe, che si dice appassionato collezionista di autografi, affermò: “non esiste alcun dubbio che la scrittura abbia un rapporto con il carattere e l'intelligenza”. Di fatto, anche nei nostri giorni, e soprattutto ad eco della più triste cronaca, si nota come l'analisi della grafie e la lettura psicologica della scrittura sia veramente in grado di parlare del suo autore.Cosa si nasconde, allora, dietro la scrittura? Perché ogni grafia acquista una sua originalità e, ancor più, cosa possiamo comprendere, anche di noi stessi, per placare la più grande ed ancestrale delle curiosità: conoscere di più noi stessi? Nulla si fa per caso. Questo è forse il principale dogma che lega l'uomo alla sua creatività, a tutto quello che genera e produce. Anche la scrittura, essendo una produzione intimamente creativa per ciascun uomo, diventa specchio di tutto quello che il suo creatore vive e pensa. Entrare dentro i suoi ghirigori trasporta dentro l'affascinante terra dei misteri umani e, di conseguenza, lì dove è possibile incontrare se stessi.La scienza grafologica, che nasce da intuizioni e da attente ricerche lunghe centinaia d'anni, non si nasconde, certamente, dietro palle di cristallo o tarocchi - come ahimé si pensava centinaia d'anni addietro - ma investiga con rinomata scientificità i rapporti tra segni grafici e contenuti psicologici. Il fascino è conseguente. Ogni forma, ogni movimento, ogni tratto lasciato sul bianco della carta diventa un prodotto dotato di vita propria, capace di evidenziare i propri percorsi più intimi e, anche nello spazio di pochi giorni, mostrare i propri cambiamenti interiori, magari in segni grafici nuovi o mutati che mai nascono per casualità. Ci siamo accorti di come la nostra grafia cambi con il nostro umore, con le esperienze vissute, o attraversando un certo periodo... magari avremo vissuto un'epoca di lettere morbide o tondeggianti, per passare dopo a grafie più rigide, magari pungenti o chiuse che rappresentano un'altra “epoca”, un altro momento. È un caso? Può, invece, la grafia raccontarci cosa ci accade nel cuore o, ancora, come poter capire di più i nostri più piccoli movimenti interiori?Comprendere la scrittura non è un “gioco” da rotocalchi o da semplicistiche rubriche di psicologia. Molti sono stati gli studiosi che hanno dedicato numerosissimi anni a questo delicato studio, raccogliendo migliaia e migliaia di grafie e “storie” che sono state in grado di rappresentare, passo dopo passo, una vera e propria scienza che tanto promette allo studio della personalità e della sua espressione. La scrittura “vive” e, perché possa essere capita per quella che è, richiede una grande attenzione e profondità: quanto è grande? Quanto è piccola? Dove si inclina? Che direzione prende? Quanta pressione porta con sé? Che forme disegna? Sono tondeggianti? Rigide? Ci sono punte lanciate? Ci sono archi, ghirlande, nodi? È una scrittura lenta, veloce, trattenuta, lanciata? Insomma, che “carattere” ha la scrittura? Tutti i “segreti” della grafia diventano i nostri segreti, quelle cose che, forse, non riusciamo a dirci ma con le quali è importante confrontarci...Emozioni, pensieri, energie vengono trasportate dalla penna: una scrittura che si muove, che salta tra le righe, così come una più statica e regolare parlano di due diverse emotività; una scrittura lenta, più dubbiosa così come una precipitata, quasi in corsa contro il tempo descrivono due energie attuative differenti; scritture piccole, delicate, ravvicinate così come quelle ampie, abbondanti esprimono maniere differenti di “vestire se stessi”.E se provassimo a guardare la nostra? Chiediamoci di quale vita parla e, semmai ne avessimo sentore, proviamo a dare alla nostra grafia un “respiro” che si tramandi alla nostra vita perché se è vero che la grafia è vita, darle attenzione vuol dire trovare il tempo per fermarsi e stare a guardarsi. Impegno, questo, che non dovrebbe mancare mai.
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